FOSCA E’ FRA NOI

FOSCA E’ FRA NOI

Due personaggi, milioni di vite. Una donna ed un uomo che vivono una situazione tanto sofferente quanto dannatamente comune a fin troppe vite.
La Fosca dello scapigliato Tarchetti non smette di ricordare, specialmente ai più giovani, che non tutti gli amori sono sani e fonti di felicità. La relazione fra Giorgio e Fosca, protagonisti del romanzo tarchettiano, sputa in faccia alle convenzioni formali dell’amore idealizzato e perfetto, facendo toccare al lettore la concretezza terrena della realtà. Una storia cruda e drammatica, ma necessaria, anche con i suoi 157 anni di età. Necessaria perché può essere interpretata ed applicata per le nuove generazioni, perché contiene un messaggio di educazione affettiva potentissimo.


Il romanzo mette in rilievo un triangolo amoroso fra Clara, la donna-angelo bella, solare e portatrice di gioia, contrapposta alla malata e buia Fosca, una giovane brutta e negativa. In mezzo a queste due figure femminili si trova Giorgio, soldato che si innamora prima di Clara, diventandone amante e vivendo con lei un’appassionata relazione extraconiugale per poi venire rapito dal fascino mortale di Fosca, la quale gli succhia energie e vitalità, fino a farlo ammalare a sua volta. La tensione che Giorgio vive fra questi due fuochi lo spinge a scrivere le sue memorie, in una sorta di diario sentimentale, entro il quale riusciamo a capire ciò che pensa e vive dentro di sé. Il romanzo è toccante perché è prima di tutto un tentativo di ricostruzione psicologica della mente dei personaggi, che sentono emozioni che tutti hanno sperimentato in misura maggiore o minore.


Leggere Fosca, specialmente per chi è in età adolescenziale o comunque è ancora acerbo alle dinamiche di coppia rappresenta gettare un lume, una luce, sulla consapevolezza di cosa non deve essere una relazione.
Il rapporto stretto fra Giorgio e Fosca in termini contemporanei, è un amore tossico. Un falso affetto che opprime, e non lascia spazio al respiro. Un amore claustrofobico non può definirsi tale.


I due si dicono ti amo, si scambiano effusioni e confessano parole piene di infatuazione. Ma in realtà i loro gesti sono vuoti. Giorgio più volte finisce col dirle frasi che millantano un amore sconfinato, ma non lo fa perché lo sente davvero da dentro e la spiegazione la da lui stesso: si sente obbligato da lei.
Dunque dice ciò che lei vuole sentirsi dire. Le parole escono dalla bocca in maniera forzata, senza autentici slanci passionali e con costrizione. Fosca del resto non è veramente innamorata di lui, al contrario è stata attratta dalle poche attenzioni che inizialmente Giorgio le dava, più per cortesia che per altro. Lei è una donna isterica, sa perfettamente di non avere il dono della bellezza, ed in una società dove le donne devono essere automaticamente attraenti ed impeccabili, sia dal punto di vista fisico che mentale, soffre il confronto con esse. La protagonista del racconto si sente imperfetta, incapace di decidere il proprio destino relazionale, rassegnata all’idea di avere un grande amore. Tutte queste paranoie la portano ad appigliarsi come un’edera velenosa al primo malcapitato che la degna di uno sguardo benevolo, o peggio ancora, di pietà. La sua preda è diventata Giorgio.


Questo personaggio non è solo finzione, anzi. E’ esperienza quotidiana di molte donne l’arrivare ad accontentarsi di un uomo, o caderne follemente innamorate, non per motivi veramente amorosi e di affetto ma perché spinte inconsciamente da quella spasmodica ricerca di attenzioni che si unisce alla paura di fallire in amore. Il timore di restare sole, la bassa autostima e la competizione percepita con lo stesso sesso portano molte ragazze ad abbassare le proprie aspettative di coppia, adeguandosi a ciò che il mercato le offre, convinte di non riuscire a trovare di meglio.


Fosca è perfettamente a metà fra la massima idealizzazione del sentimento e la disperazione dovuta alla sua assenza.
Una donna vale meno se non rispetta certi canoni estetici? Chiaramente no, anche se Fosca pensò così e con lei uno stormo di adolescenti e giovani ragazze pronte a tutto pur di piacere, al costo di sacrificare se stesse e la propria originalità.


La società dal suo canto non le supporta abbastanza, anzi, sostiene stili di vita, luoghi e linguaggi nei quali il maschilismo e la mercificazione dei corpi sono ben radicati ed inscindibili. Ed ecco che i sabati sera le discoteche si riempiono di giovani fosche che barattano la propria presenza in cambio di un ingresso gratis, diventando di fatto il prodotto da vendere, da mettere in mostra. L’economia guarda al corpo e cerca di ricavarne qualcosa.
Qualsiasi imprenditore che sfrutta questa insicurezza generazionale, lucrando ed ottenendone profitto, non persegue un comportamento etico.
E le ragazze spesso ne sono ben felici, perché diventando senza volerlo l’attrazione della serata e del pubblico maschile, attirando su di loro tutte quelle attenzioni che inseguono senza sosta.


Fosca aveva un solo scopo: essere considerata, essere notata. Quando lo raggiunge, la sua vita si conclude, muore. Non può essere questo l’unico fine dell’esistenza. La ricerca disperata di una relazione, a qualsiasi costo, porta ad amori tossici ed insoddisfatti, che sfociano in tradimenti e drammi. Questo non significa che bisogna precludersi delle esperienze, ma è doveroso stare sempre sull’attenti, perché l’esasperazione di questa caccia di affetto maschera un profondo stato di infelicità.


La società offre dei palliativi, delle illusioni, che sopprimono solo momentaneamente il dolore di essere sole e soli.
Un discorso molto simile vale anche per gli uomini, i ragazzi, che terrorizzati dalla solitudine si gettano fra le braccia di chi apparentemente prova amore per loro. Giorgio sapeva che la bella e luminosa relazione con Clara stava giungendo al termine, così si è convinto di essere innamorato di Fosca, intrappolandosi in una relazione patologica. “La amo perché lei mi ama”. Un’ impasse del genere azzera le proprie aspettative ed emozioni, riducendo la coppia ad una questione di convenienze.

Molti giovani soffrono complessi di inferiorità e sono frettolosi nell’impegnarsi in rapporti che non vogliono veramente, soltanto per apparire vincenti nei gruppi di amici. Il branco poi a sua volta cade in discorsi mercificatori, perché con l’evidente mancanza di sentimento tutto si sposta sul piano carnale della donna. Diventa anche una questione prestazionale, che innesca anche un meccanismo di menzogne e bugie solo per sbaragliare la concorrenza.
Ci sono due tipi di risposte maschili a questi disagi: chi finge di essere dominatore, un donnaiolo di prim’ordine ed all’opposto chi subisce con impotenza il fascino ammaliatore delle giovani donne, rimanendo bloccato in rapporti oppressivi ed incapace di uscirne. Entrambi sperimentano un senso di vuoto, colmato nel primo caso con ostentazione, nel secondo con debolezza, tutti e due stracolmi di fragilità.

Nel romanzo c’è un dettaglio, che sfugge troppo facilmente nel corso della lettura. L’autore compie una descrizione dettagliata degli occhi di Fosca. Benchè inseriti in un corpo malato e malmesso, i suoi occhi sono come un cielo stellato. Neri, grandi, bellissimi. Sono l’unico elemento degno di ammirazione di quella donna, l’unico guizzo di vitalità di un essere che trasuda amore e morte, eros e thanatos. Questo passaggio va interpretato come un segno di speranza, persino chi pensiamo siamo ormai perso e condannato a vivere una vita deludente ha dentro di se l’energia sufficiente per cambiare la sua esistenza in meglio.
Da Tarchetti ad oggi, gli uomini e le donne non hanno mai smesso di inseguirsi a vicenda, anche senza interesse, cercando l’amore e finendo con il perdere se stessi.

COS’E’ IL SUCCESSO?

COS’E’ IL SUCCESSO?

9.7.2025. Questa è la data del primo concerto di Lazza a San Siro. E’ già passato più di un anno da quel giorno. Una serata determinante per l’artista perché il termine rapper risulterebbe riduttivo. Ma come si arriva a costruire un evento di tale portata? E, soprattutto, stream e biglietti venduti sono il vero traguardo per Jacopo Lazzarini?

“’Sti zeri in più, problemi in più, è la mia locura
Il tempo passa in fretta sopra al mio Daytona
Però non cura “
Zeri in più (Locura)

L’ultimo album dell’artista è decisamente più intimo rispetto ai precedenti. E’ una ricerca di sonorità nuove, in un mix vincente tra urban e musica classica, ma soprattutto frutto di un’analisi profonda dei lati più nascosti di Jacopo. Ciò che lo turba, la sua “locura” è appunto il rapporto con la fama, con il sistema malato e iper competitivo di un’industria discografica che insegue numeri, streaming e platini.

Lazza, dopo il successo di Sanremo, sente il bisogno di rallentare, di fermarsi. E mettere in musica come si sente: in bilico su un “milione di scale”, con la paura di “perdere il volo” e cadere in un loop fatto di abitudini costanti che gli faccia perdere la sua autenticità artistica. In Locura Lazza esprime una certa maturità, consapevole di quanto quello stesso sistema che lo ha portato in vetta si possa rivelare un’arma a doppio taglio. Jacopo, dopo aver toccato il cielo con un dito, dichiara di non voler essere vittima di questa macchina che spesso lo sovrasta. Questo ritorno alle origini si esprime anche stilisticamente con un ritorno alla musica classica, a Chopin e al tormento delle sue melodie.

La sensazione di vivere in un mondo che non si ferma mai, che pretende sempre di più e all’interno del quale ci sentiamo spesso un mero ingranaggio sembra trovare un senso, un ordine attraverso le melodie del pianoforte. Lazza non si limita a questa critica sociale, velata ma incisiva. L’artista scava dentro di sé, alla ricerca di nuovi spunti e sfumature di interiorità che inserisce nelle sue ballad, eseguite magistralmente allo stadio Meazza dall’Orchestra del conservatorio G.Verdi di Milano nella loro versione “Opera”. Pezzi come “100 messaggi”, “Buio Davanti” o “Senza Rumore”, trattano il tema dell’incomunicabilità che appare a tratti paradossale in un’epoca in cui siamo costantemente connessi. È quel bisogno di amore che non si riesce a descrivere, quel guazzabuglio interiore che va oltre l’eloquenza e a cui Jacopo cerca di dare una veste fatta di note e di parole.


“Sparami senza rumore, fingi sia un еrrore
Dopo scappa via, non ti voltare
O cambi idea, non si può fare
Che vuoi che sia?
Se c’è l’alta marea
Io so nuotare dentro ad un mare di guai”
Senza Rumore


È la speranza che quel silenzio inspiegabile, in una società che ha opinioni su tutto, parli da sé senza bisogno di parole. È la volontà di esserci, in una presenza e una fisicità che da cui il digitale sembra allontanarci. È la volontà di costruire, nonostante tutto, qualcosa di vero.

Lazza non ha paura di mettersi a nudo e di abbassare la maschera, dimostrando egregiamente di poter essere credibile sia nei panni virili del rapper che in quelli più vulnerabili del ragazzo che ama la musica classica e non ha paura di mettere nero su bianco come si sente. Il pubblico di San Siro che cantava all’unisono Morto Mai riflette queste sue anime e consacra il celebre brano come una sorta di inno di una generazione che, a differenza di quello che viene spesso diffuso dall’opinione pubblica, è animata da una grande voglia rivalsa, di sporcarsi le mani per raggiungere i propri sogni nonostante la sua vulnerabilità. È un grido di tutti quelli che nella vita hanno sputato sangue per cercare di trovare un posto, che non si sono pianti addosso anche quando piangersi addosso era la via più facile.

Ma tornando alla questione iniziale, il successo per Jacopo Lazzarini è tante cose. E’ la genuinità nel rendere orgogliosi i suoi genitori-anche regalando, senza false modestie, una birkin alla mamma per pagarla dei suoi sacrifici- , sua nonna e la famiglia che sta costruendo con la sua compagna. E’ la gratitudine, non scontata, con cui sceglie di condividere il palco più importante della sua città con altri 18 artisti. Tra gli altri, ci sono i pilastri del rap italiano come Marracash, Salmo ed Emis Killa, a Ghali e Sfera Ebbasta, volti della generazione del 2016, fino ad arrivare agli esponenti della nuova scena (Anna, Tedua, Artie Five) e a Laura Pausini, che non ha bisogno di presentazioni.

Il successo di Lazza è la ricerca costante di sé stesso nella sua musica che parla a Jacopo e allo stesso tempo a tutti noi. E’ racchiuso in quel “non vi posso promettere che sarà lo show dell’anno, ma posso promettervi che farò di tutto perché lo sia” detto a inizio concerto. E’ quel presentimento che resta dopo il suo primo San Siro: che sia solo l’inizio.

IL CROGIUOLO

IL CROGIUOLO

Al teatro Pime di Milano la compagnia di teatro vocazionale “Ai due chiostri” dell’università Cattolica ha messo in scena il capolavoro teatrale, letterario e politico di Arthur Miller, giornalista e drammaturgo americano degli anni 50′.
La regia di Giulio Federico Corallo, Annabella Ferrante, Claudio Messina e Damiano Zafarana, con il supporto del coordinatore del centro pastorale Don Daniel Osvaldo Balditarra ha adattato il dramma “IL CROGIUOLO” con degli interpreti giovani, studenti universitari, capaci di esprimere con autentica forza le vicende contorte e drammatiche dell’opera.


“IL CROGIUOLO” è un’opera suddivisa in 4 atti ed ambientata nella Salem del 1692, villaggio del Massachusets dove storicamente si è consumata la tragedia del processo di decine di donne condannate alla stregoneria, resa possibile da una vera e propria isteria collettiva che fu denominata “caccia alle streghe”. Nell’America di fine seicento si diffuse fra la popolazione il terrore della stregoneria e di come il demonio avrebbe potuto impossessarsi di giovani donne per raggiungere i suoi scopi malefici.
Questa caccia alle streghe raccontata da Miller nel crogiuolo è in realtà una critica sociale e politica ai suoi Stati Uniti del 1953, dove nel bel mezzo della guerra fredda si cercava con ogni mezzo di scovare il nemico sovietico, fenomeno che prese il nome di “Maccartismo”, anche ricorrendo a false accuse e minacce fondate su un semplice sospetto, che diventava condanna definitiva in breve tempo. Le streghe come allegoria dei comunisti, processi fasulli e timore sociale verso tutti e nessuno, sono stati la rovina di Salem prima e degli USA poi.


Nel dramma l’iniziatrice dei conflitti è la vendicativa Abigail, interpretata da Raffaella Piro, che finge di essere posseduta dal diavolo ed aver partecipato a riti e danze di stregoneria in mezzo al bosco, scatenando una reazione a catena di false accuse, menzogne e condanne a morte. La giovane domestica era amante del contadino John Proctor (Andrea Bellanca), con il quale ebbe un’esperienza extraconiugale alle spalle della moglie. John alla fine sceglie l’amore della sua consorte, scatenando l’ira di Abigail, disposta a tutto pur di uccidere la moglie e riavere John tutto per lei. Il suo piano vendicativo non è svolto in solitaria, bensì è aiutata dalla complicità delle giovani donne di Salem, in particolare dalla sua amica stretta Susanna Walcott (Lucilla Avogadro), rendendo Abigail una vera e propria leader manipolatrice.


Le scene sono concitate, piene di passione e tensioni fra i personaggi, che culminano nei litigi fra Abigail e John, il quale mortificato per l’adulterio compiuto, decide di sacrificarsi pur di salvare la vita di sua moglie, accusata anch’essa di stregoneria e destinata alla forca. Andrea Bellanca è stato in grado di mostrare tutta l’autenticità di un personaggio diverso dagli altri, che cerca di risvegliare le coscienze collettive dal circolo vizioso delle accuse di massa, dimostrando come il coraggio del singolo può fare la differenza immolandosi per la sua comunità. I personaggi dovranno far fronte ad una corte spietata, composta da Damiano Zafarana e Claudio Messina, rispettivamente vicegovernatore e giudice, che condannano donne e uomini in continuazione pur di arrivare a capo della macabra situazione creatasi a Salem. Apparentemente freddi e cinici, mostrandosi più forti degli altri personaggi visto il potere che la Legge ha conferito loro, anche se in realtà sono vittime della stessa isteria di massa che ha colpito ogni cittadino, dal più umile al benestante.

Il fanatismo esasperato colpisce ogni classe e ceto, con l’ irragionevolezza che genera conflitti sociali, che si acuiscono e sfociano in violenti scontri verbali, come quelli di cui è protagonista Giulio Federico Corallo nelle vesti del reverendo Parris, che teme di vedere la sua reputazione sgretolarsi dopo la fuga di notizie che circola in città, dove gira voce che sua figlia abbia danzato nuda in mezzo al bosco sotto effetto dei sortilegi del demonio.


Raffaella Piro scatena tutta la sua sete di vendetta montando menzogne incessanti e coinvolgendo con lei altre ragazze di Salem, pur di portare al patibolo la moglie di John Proctor, Elizabeth (Margherita Roberti), donna dal cuore forte che nonostante il tradimento continua ad amare il marito e difenderlo pubblicamente, finendo umiliata in carcere ed incinta sul finale, non riuscendo ad evitare la condanna dell’amato.


Appare un personaggio risolutore il reverendo John Hale (Francesco Maria Santulli), capace di indagare ed esorcizzare le opere di satana, ma anch’egli finirà per essere parte del panico generale, andando alla ricerca di colpevoli da accusare davanti alla corte più che di reali soluzioni.
Gli attori si sono scagliati l’uno contro l’altro per tutti i 4 atti, ribaltando e capovolgendo incessantemente accuse e accusati, fino a far perdere al pubblico cognizione di chi fosse nel torto e chi nella verità, chi con Dio e chi con il demonio. Nessuno riuscirà a rendersi conto della montatura creata ad arte dalle giovani e vendicative donne di Salem, perchè tutti si credono eroi di una finta crociata contro un finto nemico.


Nel corso dello spettacolo il personaggio che più di tutti è stato eretto a capro espiatorio del male è Tituba (Marilù Alagna) nell’occhio del ciclone delle accuse e con scarsissime risorse per difendersi, a detta di Abigail la vera “strega”. Tituba proviene dalle Barbados e storicamente Miller volle rimarcare una matrice razzista nei confronti della serva a causa delle sue origini.


Il caos è scatenato dalla dormiente Betty Parris (Annabella Ferrante), la prima ragazza apparentemente vittima di stregoneria, che lancia l’allarme in tutto il villaggio, dando inizio ad un via vai incessante di persone in casa Parris. Tra i frequentatori più assidui dell’abitazione del reverendo vi è Thomas Putnam (Angelo Loiacono), uomo tutto d’un pezzo, in cerca di onore e rispetto, colpito assieme alla moglie Ann Putnam (Elena Amici) dalla prematura scomparsa di molti figli. Una coppia che assistendo alle vicende cittadine, inizia a pensare superstiziosamente che anche la propria tragedia familiare possa essere ricollegata con la presenza del diavolo tra le loro mura domestiche.


Personaggio a tratti comico e dal cuore buono è Giles Corey (Francesco Castriota), che maldestramente finisce per accusare la sua stessa moglie, salvo poi testimoniare davanti alla corte per liberarla, non riuscendoci ed anzi, finendo per morire lui stesso, suscitando un forte rispetto nei suoi confronti da parte degli uomini di Salem
Il sospetto è un soffio che sfiora ogni attore, toccando l’innocente Mercy Lewis (Eleonora Ramoini) e persino la fedele e credente Rebecca Nurse (Clara Dominici), dimostrando come nessuno può ritenersi al sicuro in una società dove chiunque è capace di tradire ed accusare, anche senza prove.
Tra le ragazze più spaventate durante il processo risalta Mary Warren(Maria Pia Di Stasi), una giovane serva in casa Proctor che testimonia in favore di John, nonostante sia terrorizzata dai giudici e da Abigail.


La freddezza della legge nel delirio collettivo è ritrovabile in Ezekyel Cheever (Sebastien Victor Oscar) che consegna mandati d’arresto ed imprigiona con l’uso della forza chiunque gli venga indicato, rispettando gli ordini impartiti dalla corte.
Nessuno è salvo, tutti devono difendersi, e spesso la migliore difesa è l’attacco, incolpare infondatamente gli altri pur di essere scagionati, anteponendo se stessi alla collettività.
Il male dunque non è il demonio, ma sono gli umani stessi che privi di solidarietà non vedono l’ora di veder cadere il prossimo per un tornaconto personale, disposti a tutto pur di salvare l’onore e la credibilità. Rompe questo meccanismo John Proctor, sacrficandosi per non scatenare altri processi ed altre morti. Le vite delle donne uccise al patibolo non torneranno indietro, diventando delle inutili martiri senza scopo.


La caccia alle streghe, insegna Arthur Miller, è un fenomeno che resiste nel tempo e si adatta ai contesti politici e sociali, ed è presente ogni qual volta si decide di identificare un altro come nemico, estraneo, straniero, diverso da noi insomma, di cui si ha timore ed una immotivata paura.


Che sia il 1629, il 1953 di Miller o il 2026, il messaggio dell’opera rimane scolpito nella memoria, anche grazie all’interpretazione della giovane compagnia “Ai due chiostri”, colma di drammaticità e sentimento.
Preziosa è la testimoninaza di Andrea Bellanca, l’attore protagonista, che ci ha raccontato l’evoluzione dello spettacolo e del suo personaggio, sottolineando come all’inizio non avrebbe nemmeno dovuto interpretarlo, salvo poi prendere il ruolo sulle proprie spalle ed esprimere tutte le fragilità e la dignità di John Proctor. “Mi piace parlare di John come un’estensione della mia persona per certi versi, non tanto per i modi bruschi che ha di affrontare le situazioni e le persone, quanto più per l’umanità che lo contraddistingue, dall’altruismo nel tentativo di salvare i suoi amici, dal riconoscere i propri errori e cercare di porre rimedio” ci dice Andrea, per poi proseguire: “Seppur sostiene di non essere un uomo onesto, per l’adulterio commesso e il silenzio durato mesi, io ho percepito in lui un profondo senso di colpa e voglia di rimediare agli errori commessi, l’amore riscoperto per Elizabeth e il ripudio nei confronti di Abigail.”
“Una cosa che ho compreso nell’interpretare questo personaggio è che ogni lacrima versata, e ogni grido emesso corrispondono al vero, in un paese dove la bugia e la finzione regnano sovrane; è probabilmente questo il motivo dell’importanza attribuibile a lui, il fatto che in ogni situazione si è contraddistinto per l’essersi messo a nudo davanti a tutti e tutto”
Un peronsaggio che è peccatore ed ha commesso errori, ma il riconoscimento dei suoi sbagli lo rende diverso dagli altri in un contesto fatto di bugie ed apparenza.


Di grande valore sono anche le parole di Raffella Piro, volto fondamentale dell’opera nelle vesti di Abigail, che ci racconta: “Questa storia è veramente molto attuale, nonostante sia lontana da noi nel tempo, ma per quanto riguarda i temi e soprattutto i difetti dei personaggi, con la loro umanità ,sia molto vicina a noi e penso che gli esserei umani siano nel profondo del loro cuore uguali da secoli e secoli” Toccando poi il suo personaggio afferma: “Credo che lei (Abigail) incarni diversi schemi di perosnaggi e stereotipi ed è questo il motivo per cui è veramente un personaggio a sé, davvero diverso da moltissimi altri. Non si può dire che è la classica ragazzina innamorata o che è addirittura la cattiva della storia. Le motivazioni per le quali agisce sono così sfaccettate che possono veramente creare un dibattito interessante.”
“Anche durante le prove è successo molte volte che si dibattesse su come si dovesse comportare un personaggio complicato come lei. Le vicessitudini dell’animo umano, in questo caso dell’animo di Abigail, sono veramente complesse e penso che si potrebbe fare uno spettacolo solamente sui suoi pensieri, sui suoi traumi e su tutto quello che l’ha portata ad agire come ha agito”


Il crogiuolo non è solo una storia, è una aperta denuncia alla società, con personaggi talmente complessi da non poter essere ascritti in nessuno schema predefinito, e proprio per questo motivo straordinariamente simili a noi. La folla fisica o digitale, tende in passato come oggi a condannare senza remore, dove il singolo deve prendere decisioni che devono fare i conti la propria dignità personale e con la schiacciante e talvolta opprimente responsabilità sociale.

MISSIONE

MISSIONE

Ti trovi in un blog per amanti della cultura in tutte le sue espressioni. L’arte può essere declinata in una moltitudine di forme, varie e complesse proprio come l’animo umano. Viviamo in una società che fin troppo spesso pare abbia perso l’educazione alla bellezza che l’ha contraddistinta lungo tutta la sua storia, dimenticando la fonte primaria del progresso di una civiltà: la cultura.
Nutrirsi di letteratura, musica, spettacolo ed arti figurative significa riempire la mente ed il cuore di meraviglia e permette di osservare il mondo con occhi diversi.


Al bisogno di cultura vogliamo rispondere ideando uno spazio dove poter amalgamare tutti i capolavori che artisti e scrittori contemporanei sono in grado di creare, dando risalto e visibilità a chi tenta di emergere nel panorama nazionale. Descrivere attraverso articoli scritti in un linguaggio giornalistico ma accessibile a tutti le nuove proposte che offrono autori inediti, sconosciuti ai più, che sono portatori di cambiamento. Narrare come sta mutando l’offerta culturale all’interno della società, per essere testimoni del divenire.


Navigando per le varie sezioni, potrai scoprire le varie sfaccettature dell’arte che intendiamo narrare.
Questo luogo virtuale è la casa ideale per i freschi fruitori della cultura, con un particolare riguardo alle nuove generazioni, che per sfruttare le loro immense potenzialità hanno solo una strada: fare della propria vita un’opera d’arte. Questa era la frase che usò D’annunzio per stimolare i giovani a rendere la propria esistenza autentica, originale, proprio come un quadro dipinto da un abile pittore.

Ma come fare? La risposta è semplice, e risiede proprio nell’alimentarsi con libri di qualità che fanno viaggiare l’immaginazione, canzoni che scaldano il cuore ed espressioni artistiche che esaltano il mondo e la natura.
Tutto parte da qui, da questi articoli. Che non sono il compimento ma la miccia che accende la curiosità, che spinge a voler andare fino in fondo alla scoperta di tutte le sfaccettature dell’umanità. Essere innamorati della cultura significa, in fin dei conti, voler conoscere ed amare anche se stessi.


La vita senza la filosofia che ruota attorno alla figura dell’artista e delle sue creazioni sarebbe vuota. Svuotata di senso. Sarebbe un’esistenza grigia, monotona, senza scopo. Apprezzare cosa la mente umana è in grado di costruire e ritrovarsi in certe parole o certe armonie, è ciò che ci tiene agganciati alla vita, anche quando essa è cruda e ci riversa addosso i momenti più negativi.

Ma cos’è il fischio del treno? Il riferimento è alla novella di Luigi Pirandello “Il treno ha fischiato”, nella quale il protagonista Belluca, sentendo in lontananza il fischio di un treno a vapore, prende coscienza di quanto la vita sia in realtà una gabbia di convenzioni sociali, cadendo nella follia. Belluca scopre così che la vita è molto di più di quel che ha sempre pensato, rendendosi conto che è essa è un flusso impetuoso, inarrestabile. Il “fischio” è dunque il richiamo della libertà e dell’immaginazione, che segna irreparabilmente una rottura con la monotonia del quotidiano. Chi ascolta il fischio scopre il suo scopo nel mondo.

L’arte ha bisogno di fruitori, che la osservino, la leggano e la interiorizzino. Anche se non sembra, la cultura fa la differenza, ed una vita senza di essa non è realizzabile, perchè sarebbe una vita meccanica, non umana. Oltre i grandi classici ed i maestri già noti, è presente una moltitudine di emergenti che meritano visibilità e la troveranno proprio in questo sito.

Se sei un lettore curioso, potrai soddisfare le tue voglie di novità leggendo i nostri scritti. Se invece sei un autore/artista, non esitare a contattarci per parlare di te e delle tue opere, che racconteremo e mostreremo al grande pubblico.